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	<title>Training &amp; Rehab</title>
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	<title>Training &amp; Rehab</title>
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		<title>La malattia di Osgood-Schlatter, tutto quello che devi sapere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Baldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 09:48:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prima di parlare nello specifico della malattia di Osgood-Schlatter, è bene chiarire alcuni elementi di contesto anatomico. Il quadricipite femorale è il più importante muscolo della parte anteriore della coscia e, come suggerisce il nome stesso, è composto da quattro diversi ventri muscolari: il retto del femore e i vasti intermedio, mediale e laterale. I quattro capi si inseriscono con un tendine comune a livello della rotula che poi verrà definito come legamento rotuleo nel momento in cui mette in connessione rotula e tuberosità tibiale. Il tendine rotuleo è formato da fibre [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Prima di parlare nello specifico della <strong>malattia di Osgood-Schlatter</strong>, è bene chiarire alcuni elementi di contesto anatomico.</p>
<p>Il <strong>quadricipite femorale</strong> è il più importante <strong>muscolo della parte anteriore della coscia</strong> e, come suggerisce il nome stesso, è composto da <strong>quattro diversi ventri muscolari</strong>: il retto del femore e i vasti intermedio, mediale e laterale.</p>
<p>I quattro capi <strong>si inseriscono con un tendine comune a livello della rotula</strong> che poi verrà definito come <strong>legamento rotuleo</strong> nel momento in cui mette in connessione rotula e tuberosità tibiale.</p>
<p>Il tendine rotuleo è formato da <strong>fibre molto spesse e resistenti</strong> che attraversano la superficie anteriore della rotula. Converge medialmente e lateralmente con il retinacolo prossimale degli estensori fino alla propria inserzione sul tubercolo tibiale.</p>
<h2><strong>Che cos’è la </strong><strong>malattia di Osgood-Schlatter</strong></h2>
<p>La malattia di Osgood Schlatter è una <strong>causa</strong> comune <strong>di dolore anteriore al ginocchio</strong> nella <strong>popolazione atletica scheletricamente immatura</strong>.</p>
<p>L&#8217;insorgenza del dolore anteriore del ginocchio è <strong>atraumatica e insidiosa con dolorabilità nel sito di inserzione del tendine rotuleo</strong> nella tuberosità tibiale. La condizione è <strong>autolimitante</strong> e si verifica secondariamente ad <strong>attività di stress ripetitive del meccanismo estensore come il salto e lo sprint</strong>.</p>
<p>Il livello del dolore determina il trattamento complessivo e la gestione include il <strong>trattamento sintomatico con ghiaccio e FANS</strong>, nonché la <strong>modifica dell&#8217;attività e il relativo riposo</strong> dall&#8217;incitamento alle attività.</p>
<p>Gli <strong>sport</strong> comuni visti <strong>in associazione</strong> con la condizione includono:</p>
<ul>
<li>pallacanestro</li>
<li>pallavolo</li>
<li>sport di velocità</li>
<li>Ginnastica</li>
<li>Calcio</li>
</ul>
<p>Anche se il disturbo è benigno, il recupero può essere prolungato e causare l&#8217;assenza dallo sport. L&#8217;insorgenza del disturbo è graduale e comunemente associata ad attività ripetitive del ginocchio. Di solito c&#8217;è tenerezza sul tubercolo tibiale.</p>
<p>Il tendine rotuleo si inserisce nel tubercolo tibiale ed è costituito da tessuto cartilagineo. Questo è seguito dall&#8217;ossificazione del tubercolo tibiale all&#8217;età di 10-12 anni nelle ragazze e all&#8217;età di 12-14 anni nei ragazzi. È durante questa fase della maturazione ossea che si sviluppa la malattia di Osgood Schlatter.</p>
<h3>I fattori di rischio per lo sviluppo della malattia di Osgood-Schlatter</h3>
<p>La malattia di Osgood Schlatter è una lesione da uso eccessivo che si verifica in pazienti adolescenti attivi. Si verifica in seguito a <strong>sforzi ripetuti e microtraumi dalla forza applicata dal forte tendine rotuleo</strong> al suo inserimento nell&#8217;apofisi relativamente morbida del tubercolo tibiale. Questa forza <strong>provoca irritazione</strong> <strong>e nei casi gravi l&#8217;avulsione parziale dell&#8217;apofisi del tubercolo tibiale</strong>.</p>
<p><strong>I fattori di rischio</strong> per il disturbo <strong>includono</strong>:</p>
<ul>
<li>Genere maschile</li>
<li>Età: maschi 12-15, femmine 8-12</li>
<li>Crescita scheletrica improvvisa</li>
<li>Attività ripetitive come saltare e scattare</li>
</ul>
<p>La malattia di Osgood Schlatter <strong>può persistere anche 2 anni fino alla fusione dell&#8217;apofisi</strong>.</p>
<h3>Quale trattamento?</h3>
<p>Il trattamento include il <strong>riposo relativo</strong> e la <strong>modifica dell&#8217;attività offensiva</strong> <strong>guidata dal livello di dolore</strong>.<br />
I pazienti possono praticare sport purché il dolore si risolva con il riposo e non limiti le attività sportive. L&#8217;<strong>applicazione locale di ghiaccio</strong> <strong>e FANS</strong> può essere utilizzata per alleviare il dolore.</p>
<p>Una <strong>ginocchiera protettiva</strong> può essere indossata sopra il tubercolo tibiale per proteggerlo da traumi diretti.</p>
<p>Lo<strong> stretching dei muscoli posteriori della coscia</strong> e gli <strong>esercizi di stretching e rinforzo del quadricipite</strong> possono essere un utile complemento.</p>
<p>Se il dolore non risponde alle misure conservative, può essere giustificata una terapia fisica formale. In <strong>casi gravi e prolungati</strong> può essere preso in considerazione un <strong>breve periodo di immobilizzazione del ginocchio</strong>.</p>
<p>L&#8217;<strong>obiettivo primario</strong> nel trattamento è la <strong>riduzione del dolore e del gonfiore sulla tuberosità tibiale</strong>. Il paziente deve limitare le attività fisiche fino alla risoluzione dei sintomi. In alcuni casi, il paziente deve limitare le attività fisiche per diversi mesi.</p>
<p>Il <strong>trattamento conservativo</strong> si basa su degli <strong>aspetti fondamentali</strong>:</p>
<ul>
<li>Ghiaccio</li>
<li>FANS</li>
<li>Stretching muscoli posteriori della coscia</li>
<li>Stretching e rinforzo del quadricipite</li>
<li>Utilizzo di una ginocchiera protettiva per proteggere il tubercolo tibiale</li>
</ul>
<p>La presenza di dolore al ginocchio a causa di un ossicino che non risponde alle misure conservative è l&#8217;<strong>indicazione all&#8217;intervento chirurgico</strong>. In questi casi, il trattamento di scelta è la <strong>rimozione dell&#8217;ossicino</strong>, <strong>della borsa circostante o della prominenza ossea</strong>.</p>
<p>L&#8217;intervento consistente nella <strong>modifica dell&#8217;attività, monitoraggio del dolore e rinforzo muscolare progressivo</strong> è stato associato a ottimi risultati. Questo approccio può offrire un&#8217;alternativa agli approcci passivi come il riposo o l&#8217;attesa, spesso prescritti per gli adolescenti con OSD.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Michele Santarelli</em><br />
<em>Massofisioterapista, ex pattinatore, allenatore</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il trattamento della cicatrice con il vibropercussore NOVAFON</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Baldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 16:31:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La cicatrice è il risultato naturale del processo di guarigione di un tessuto che ha subito un danno. Che si tratti di un intervento chirurgico, di un trauma, di un’ustione o di una lesione cutanea, il nostro organismo mette in atto una serie di processi che portano alla formazione di nuovo tessuto. La cicatrice, però, non è semplicemente un segno sulla pelle. Con il passare del tempo può diventare più rigida, poco elastica e aderente ai tessuti sottostanti. In alcuni casi può provocare dolore, prurito, alterazioni della sensibilità o una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div>La <strong>cicatrice</strong> è il risultato naturale del<strong> processo di guarigione di un tessuto che ha subito un danno</strong>. Che si tratti di un intervento chirurgico, di un trauma, di un’ustione o di una lesione cutanea, il nostro organismo mette in atto una serie di processi che portano alla formazione di nuovo tessuto.</div>
<div></div>
<div>La cicatrice, però, non è semplicemente un segno sulla pelle. Con il passare del tempo <strong>può diventare più rigida, poco elastica e aderente ai tessuti sottostanti.</strong> In alcuni casi può provocare dolore, prurito, alterazioni della sensibilità o una sensazione di tensione, soprattutto durante il movimento.</div>
<div></div>
<div>È proprio in queste situazioni che la fisioterapia può avere un ruolo importante.</div>
<div></div>
<h2>Perché procedere al trattamento della cicatrice?</h2>
<div>Una cicatrice che presenta una buona mobilità generalmente non rappresenta un problema funzionale. Al contrario, quando <strong>il tessuto cicatriziale perde elasticità e tende ad aderire ai piani sottostanti</strong>, può <strong>modificare il normale scorrimento dei tessuti</strong>. Ed è in questo caso che vale la pena procedere al trattamento della cicatrice.</div>
<div></div>
<div>La cute, il sottocute, la fascia e i tessuti muscolari non lavorano infatti come strutture isolate, ma devono poter scorrere reciprocamente durante il movimento.</div>
<div></div>
<div>Una cicatrice addominale, per esempio, può risultare fastidiosa durante l’estensione del tronco; una cicatrice vicino a un’articolazione può limitare il movimento; una cicatrice conseguente a un intervento ortopedico può diventare sensibile o rigida.</div>
<div></div>
<div>Per questo motivo <strong>il trattamento</strong> non dovrebbe <strong>concentrarsi</strong> solamente sull’aspetto estetico della cicatrice, ma soprattutto <strong>sulla sua mobilità, elasticità e sensibilità</strong>.</div>
<div></div>
<h3>Dove può inserirsi il NOVAFON?</h3>
<div>Il <strong>NOVAFON</strong> è un dispositivo che <strong>produce una vibrazione locale a bassa frequenza</strong>. La vibrazione viene trasmessa attraverso l’applicatore direttamente ai tessuti, generando uno stimolo meccanico e sensoriale.</div>
<div></div>
<div>Nel trattamento delle cicatrici può essere utilizzato come <strong>strumento complementare alla terapia manuale</strong>.</div>
<div></div>
<div>L’idea non è quella di “rompere” fisicamente la cicatrice o di distruggere il tessuto fibrotico. Piuttosto, la vibrazione può essere utilizzata per stimolare il tessuto, modulare la sensibilità e preparare la zona alla successiva mobilizzazione manuale.</div>
<div></div>
<div>Questo aspetto può essere particolarmente interessante quando la cicatrice è dolorosa o molto sensibile e il paziente non tollera facilmente il contatto o le manovre più profonde.</div>
<div></div>
<h3>La vibrazione prima della mobilizzazione</h3>
<div>Uno degli utilizzi più interessanti del NOVAFON può essere proprio quello di inserirlo all’inizio del trattamento.</div>
<div></div>
<div>Una <strong>stimolazione vibratoria graduale</strong> può aiutare il paziente ad <strong>abituarsi al contatto sulla cicatrice</strong> e può modificare temporaneamente la percezione dello stimolo doloroso.</div>
<div>Successivamente, una volta ottenuta una maggiore tolleranza, <strong>il terapista può procedere con la mobilizzazione manuale della cicatrice</strong>.</div>
<div></div>
<div>In questo modo il NOVAFON non sostituisce le mani del terapista, ma diventa uno strumento che può facilitare il trattamento manuale.</div>
<div></div>
<h3>Cosa possiamo cercare di migliorare?</h3>
<div>Il trattamento della cicatrice può essere finalizzato a <strong>diversi obiettivi</strong>, a seconda delle caratteristiche della cicatrice.</div>
<div></div>
<div>Tra questi troviamo:</div>
<div></div>
<ul>
<li>migliorare la mobilità della cicatrice;</li>
<li>ridurre la sensazione di rigidità e tensione;</li>
<li>migliorare lo scorrimento tra i diversi piani tissutali;</li>
<li>diminuire la sensibilità dolorosa;</li>
<li>lavorare sulle alterazioni della sensibilità;</li>
<li>ridurre il fastidio e il prurito;</li>
<li>migliorare la percezione del paziente nei confronti della propria cicatrice.</li>
</ul>
<div></div>
<div>Naturalmente, ogni cicatrice è diversa e la risposta al trattamento può variare molto da persona a persona.</div>
<div></div>
<h4>Il trattamento non deve essere uguale per tutti</h4>
<div>Una delle caratteristiche più importanti della gestione delle cicatrici è la<strong> personalizzazione</strong>.</div>
<div></div>
<div>Prima di utilizzare il NOVAFON è necessario <strong>valutare la cicatrice</strong>: da quanto tempo è presente, dove si trova, quanto è mobile, quanto è sensibile, se presenta ispessimenti e soprattutto se è completamente guarita.</div>
<div></div>
<div>Una cicatrice recente non può essere trattata allo stesso modo di una cicatrice presente da diversi anni.</div>
<div>Allo stesso modo, una cicatrice morbida e mobile richiederà un approccio completamente diverso rispetto a una cicatrice rigida, ispessita e fortemente aderente.</div>
<div></div>
<div>Il trattamento dovrebbe quindi essere sempre adattato alla risposta del tessuto e alla percezione del paziente.</div>
<div></div>
<h4>NOVAFON e terapia manuale: un possibile lavoro combinato</h4>
<div>Il vantaggio maggiore può derivare proprio dall’integrazione delle diverse tecniche.</div>
<div></div>
<div>Il trattamento può iniziare con una stimolazione vibratoria delicata, per poi proseguire con la mobilizzazione manuale della cicatrice.</div>
<div>A seconda della situazione, il terapista può lavorare sulla cicatrice attraverso movimenti longitudinali, trasversali, circolari e di sollevamento, cercando progressivamente di recuperare la mobilità del tessuto.</div>
<div></div>
<div>Quando la cicatrice interessa una zona sottoposta a movimento, è inoltre importante associare il trattamento a esercizi attivi e mobilità funzionale.</div>
<div>In questo modo non si lavora solamente sulla cicatrice, ma sulla sua relazione con il movimento del corpo.</div>
<div></div>
<h3>Cosa dice la ricerca?</h3>
<div>La ricerca scientifica sulla gestione delle cicatrici mostra <strong>risultati interessanti per quanto riguarda le tecniche fisiche, in particolare per dolore, prurito, elasticità e mobilità del tessuto</strong>.</div>
<div></div>
<div>Gli studi specifici sull’utilizzo del NOVAFON sulle cicatrici sono però ancora limitati. Per questo motivo sarebbe scorretto affermare che il dispositivo abbia la capacità dimostrata di eliminare le aderenze o modificare direttamente la fibrosi.</div>
<div>È più corretto considerarlo uno strumento complementare che può essere inserito all’interno di un percorso riabilitativo più ampio.</div>
<div>Questo non significa che non possa essere utile: significa semplicemente che sono necessari ulteriori studi per capire con maggiore precisione quali cicatrici rispondano meglio al trattamento, quali parametri utilizzare e quale sia il protocollo più efficace.</div>
<div></div>
<div style="text-align: right;">Nicola Barchiesi<br />
<em>Massofisioterapista ed osteopata<br />
Laureato in scienze motorie</em></div>
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			</item>
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		<title>Il paziente ad alto rischio cardiovascolare</title>
		<link>https://www.trainingandrehab.it/il-paziente-ad-alto-rischio-cardiovascolare/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Baldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 17:20:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le malattie cardiovascolari (CVD) rappresentano le principali causa di morte a livello globale e benché i principali fattori di rischio per il loro sviluppo siano ormai noti, pochi sono i pazienti che conoscono il proprio rischio cardiovascolare di sviluppare CVD. Quando parliamo di salute del cuore, spesso sentiamo utilizzare dai medici termini complessi o acronimi anglosassoni. Uno dei più importanti in assoluto in cardiologia è l&#8217;acronimo MACE (Major Adverse Cardiovascular Events ovvero Eventi Cardiovascolari Maggiori). Dietro questa sigla si nascondono gli eventi clinici più critici che cerchiamo di prevenire con [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le<strong> malattie cardiovascolari (CVD)</strong> rappresentano le principali causa di morte a livello globale e benché i principali fattori di rischio per il loro sviluppo siano ormai noti, pochi sono i pazienti che conoscono il proprio <strong>rischio cardiovascolare di sviluppare CVD</strong>.</p>
<p>Quando parliamo di salute del cuore, spesso sentiamo utilizzare dai medici termini complessi o acronimi anglosassoni.<br />
Uno dei più importanti in assoluto in cardiologia è l&#8217;<strong>acronimo MACE</strong> (<em>Major Adverse Cardiovascular Events </em>ovvero Eventi Cardiovascolari Maggiori). Dietro questa sigla si nascondono gli <strong>eventi clinici più critici</strong> che cerchiamo di prevenire con ogni cura: l&#8217;<strong>infarto del miocardio</strong>, l&#8217;<strong>ictus cerebrale</strong>, l&#8217;<strong>angina instabile</strong>, la <strong>necessità di interventi di rivascolarizzazione</strong> (come l&#8217;angioplastica o il bypass) e, nei casi più gravi, la <strong>morte cardiovascolare</strong>.</p>
<p>Essere identificati come un &#8220;<strong>paziente ad alto o altissimo rischio MACE/cardiovascolare</strong>&#8221; non è una condanna, ma una fondamentale <strong>presa di coscienza</strong>: significa che il nostro organismo presenta una serie di fattori che rende urgente e necessaria un&#8217;<strong>azione terapeutica mirata e rigorosa</strong> per <strong>proteggere i vasi sanguigni e il muscolo cardiaco</strong>.</p>
<h2><strong>The lower the better, the sooner the better: il ruolo del colesterolo LDL</strong></h2>
<p><img decoding="async" loading="lazy" class="size-medium wp-image-8781 aligncenter" src="https://www.trainingandrehab.it/wp-content/uploads/2026/07/image_1-294x300.jpg" alt="" width="294" height="300" srcset="https://www.trainingandrehab.it/wp-content/uploads/2026/07/image_1-294x300.jpg 294w, https://www.trainingandrehab.it/wp-content/uploads/2026/07/image_1.jpg 741w" sizes="(max-width: 294px) 100vw, 294px" /></p>
<p>Secondo le linee guida della Società Europea di Cardiologia (ESC), i pazienti possono essere suddivisi in <strong>classi di rischio</strong> in base ad una <strong>serie di aspetti</strong> tra cui :</p>
<ul>
<li>la presenza di precedenti eventi cardiovascolari</li>
<li>diabete</li>
<li>insufficienza renale</li>
<li>livelli estremamente elevati di singoli fattori di rischio.</li>
</ul>
<p>Per i pazienti a rischio molto alto, l&#8217;obiettivo principale è la <strong>riduzione drastica del colesterolo LDL</strong> (il cosiddetto colesterolo &#8220;cattivo&#8221;).</p>
<p>Gli studi scientifici più recenti dimostrano in modo inequivocabile che non esiste un livello minimo di colesterolo LDL sotto il quale si riscontrano danni; al contrario, più si abbattono i livelli di colesterolo LDL nel sangue, minore è la probabilità di andare incontro a un infarto o a un ictus. Quindi il concetto fondamentale attuale è più basso è, meglio è.</p>
<h3>Le terapia</h3>
<p>Oggi abbiamo a disposizione terapie estremamente efficaci.</p>
<p>Oltre alle classiche <strong>statine</strong>, l&#8217;utilizzo di farmaci innovativi come gli <strong>inibitori di PCSK9</strong> (anticorpi monoclonali somministrati tramite iniezioni sottocutanee mensili o quindicinali) ha dimostrato di poter ridurre i livelli di colesterolo LDL a livelli storicamente impensabili, riducendo drasticamente il rischio residuo di nuovi eventi cardiovascolari anche in chi ha già avuto un infarto.</p>
<p><img decoding="async" loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-8782 aligncenter" src="https://www.trainingandrehab.it/wp-content/uploads/2026/07/image_3-300x176.jpg" alt="" width="300" height="176" srcset="https://www.trainingandrehab.it/wp-content/uploads/2026/07/image_3-300x176.jpg 300w, https://www.trainingandrehab.it/wp-content/uploads/2026/07/image_3-768x450.jpg 768w, https://www.trainingandrehab.it/wp-content/uploads/2026/07/image_3.jpg 878w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>Gugliano RP. Lancet 2017; 390: 1962–71</em>.</p>
<p>Ormai è dunque noto che il colesterolo debba essere essere mantenuto il più basso possibile</p>
<p>Ulteriori studi sono stati poi condotti, atti ad evidenziare l’importanza di <strong>agire il prima possibile</strong> “the sooner the better”.<br />
Due pazienti, di fatti, con lo stesso valore di colesterolo LDL oggi, non hanno necessariamente lo stesso rischio di CVD: chi dei due ha iniziato prima il controllo del profilo lipidico presenterà un rischio di eventi a 10 anni più ridotto.</p>
<p><img decoding="async" loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-8783 aligncenter" src="https://www.trainingandrehab.it/wp-content/uploads/2026/07/image_4-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" srcset="https://www.trainingandrehab.it/wp-content/uploads/2026/07/image_4-300x202.jpg 300w, https://www.trainingandrehab.it/wp-content/uploads/2026/07/image_4-1024x688.jpg 1024w, https://www.trainingandrehab.it/wp-content/uploads/2026/07/image_4-768x516.jpg 768w, https://www.trainingandrehab.it/wp-content/uploads/2026/07/image_4.jpg 1278w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>Gaba P. Circulation. 2023;147:1192–1203.</em></p>
<h3><strong>L’obesità: la malattia di questo secolo</strong></h3>
<p>Un&#8217;importante rivoluzione concettuale della cardiologia moderna riguarda il <strong>peso corporeo</strong>. L&#8217;obesità non è più considerata un semplice problema estetico o un fattore di rischio isolato, ma una vera e propria <strong>malattia cronica recidivante</strong>, che agisce come un motore invisibile dell&#8217;<strong>aterosclerosi</strong> e quindi come <strong>fattore di rischio per CVD</strong>.</p>
<p><img decoding="async" loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-8784 aligncenter" src="https://www.trainingandrehab.it/wp-content/uploads/2026/07/image_5-300x271.jpg" alt="" width="300" height="271" srcset="https://www.trainingandrehab.it/wp-content/uploads/2026/07/image_5-300x271.jpg 300w, https://www.trainingandrehab.it/wp-content/uploads/2026/07/image_5.jpg 701w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>Lancet 2017:390 (Supplement);2627–42; WHO. Global Health Observatory (GHO) data; WHO, Obesity &amp; Overweight; Prospective Studies Collaboration. </em><em>Lancet 2009;373:1083–96; World Obesity Atlas, 2022</em></p>
<p>I meccanismi attraverso cui l&#8217;obesità danneggia il sistema cardiovascolare sono sia indiretti che diretti:</p>
<ul>
<li><strong>Meccanismi Indiretti:</strong> L&#8217;eccesso di grasso favorisce l&#8217;innalzamento della pressione arteriosa, induce insulino-resistenza e aumento della glicemia (fino al diabete), altera i lipidi circolanti e instaura uno stato di infiammazione cronica silente in tutto il corpo.</li>
<li><strong>Meccanismi Diretti:</strong> Non tutto il grasso è uguale. Il grasso sottocutaneo ha una funzione prevalentemente di riserva, mentre il tessuto adiposo viscerale (VAT), che si accumula attorno agli organi interni, e il tessuto adiposo epicardico (EAT), localizzato direttamente a ridosso delle pareti del cuore, sono biologicamente disfunzionali. Le cellule di questo tessuto vanno incontro a &#8220;ipertrofia&#8221; (aumentano a dismisura di volume), soffrono di mancanza di ossigeno e iniziano a secernere molecole fortemente infiammatorie direttamente nel circolo sanguigno e nelle arterie coronarie circostanti, accelerando la rottura delle placche e la trombosi.</li>
</ul>
<p>Da ciò si deduce l’importanza di porre l’attenzione alla riduzione del peso, e quindi di indirizzare il paziente verso il miglior percorso: <strong>dieta, attività fisica o se necessario, intervento terapeutico</strong>.<br />
Esistono di fatti ad oggi, farmaci che possono essere usati per la riduzione dell’obesità; questi tuttavia sono ancora disponibili a pagamento nei pazienti senza diabete, seppure finalmente l’obesità anche in Italia sia stata riconosciuta come malattia facente parte dei livelli essenziali di assistenza.</p>
<h2><b>Gestione del paziente ad alto rischio cardiovascolare</b></h2>
<p>Il danno cardiovascolare aterosclerotico è secondario ad una serie di fattori di rischio che vanno a  determinare l&#8217;aterosclerosi effetti come una complessa malattia metabolica.</p>
<p>La gestione del paziente ad alto rischio cardiovascolare richiede un <strong>approccio coordinato su più fronti</strong>. Il successo terapeutico si fonda su<strong> tre pilastri irrinunciabili</strong>:</p>
<ol>
<li><strong>Rigore nell&#8217;assunzione della terapia:</strong> Non sospendere mai i farmaci per il colesterolo o la pressione senza il parere del cardiologo. Se lo schema terapeutico è troppo complesso, chiedere se sia possibile adottare soluzioni a combinazione fissa (como la Polypill).</li>
<li><strong>Target personalizzati:</strong> Conoscere i propri obiettivi numerici (ad esempio, un valore di colesterolo LDL inferiore a 55 mg/dL per i soggetti a rischio molto alto) e verificarli periodicamente con gli esami del sangue.</li>
<li><strong>Controllo del peso corporeo e dello stile di vita:</strong> Ridurre il grasso viscerale attraverso un&#8217;alimentazione mirata e un&#8217;attività fisica costante.</li>
</ol>
<p style="text-align: right;"><em>Dott.ssa Giulia Stronati</em><br />
<em>Cardiologa</em></p>
<p><em><strong>Riferimenti Bibliografici </strong></em></p>
<ul>
<li><em>Mach F, Baigent C, Catapano AL, et al. 2019 ESC/EAS Guidelines for the management of dyslipidaemias: lipid modification to reduce cardiovascular risk. European Heart Journal, 2020; 41(1):111–188.</em></li>
<li><em>Castellano JM, Fuster V, et al. Space-Polypill Investigators. Polypill Strategy in Secondary Cardiovascular Prevention. New England Journal of Medicine, 2022; 387:967-977.</em></li>
<li><em>Lawler PR, Bhatt DL, et al. Atherosclerotic cardiovascular disease and residual risk: a roadmap to innovative therapeutic approaches. European Heart Journal, 2021; 42(1):113–131.</em></li>
<li><em>Howard JP, Wood FA, et al. Side Effect Patterns of Statins and Placebo: The N-of-1 Trial (SAMSON). Journal of the American College of Cardiology, 2021; 78:1210-1222.</em></li>
<li><em>Iacobellis G, et al. Epicardial Adipose Tissue: clinical biomarker and therapeutic target. Nature Reviews Cardiology, 2022; 19:560-575.</em></li>
<li><em>Van Gaal LF, Mertens IL, De Block CE. Mechanisms linking obesity with cardiovascular disease. Nature, 2006; 444:875–880.</em></li>
</ul>
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			</item>
		<item>
		<title>Artrosi dell’anca: come riconoscerla e cosa fare</title>
		<link>https://www.trainingandrehab.it/artrosi-dellanca-come-riconoscerla-e-cosa-fare/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Baldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 08:07:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’artrosi dell’anca, chiamata anche coxartrosi, è una patologia degenerativa che colpisce l’articolazione formata dal femore e il bacino. Con il tempo la cartilagine che protegge le superfici ossee tende a consumarsi, per questo è una condizione molto frequente soprattutto dopo i 50 anni. Può comparire anche in persone che hanno subito traumi, svolgono lavori pesanti o presentano problemi strutturali dell’anca, come alterata morfologia delle strutture articolari. Non è solo una patologia “da usura”, ma una progressiva alterazione articolare che modifica mobilità, traiettoria del femore e la gestione del peso corporeo. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’artrosi dell’anca, chiamata anche coxartrosi, è una patologia degenerativa che colpisce l’articolazione formata dal femore e il bacino. Con il tempo la cartilagine che protegge le superfici ossee tende a consumarsi, per questo è una condizione molto frequente soprattutto dopo i 50 anni.</p>
<p>Può comparire anche in persone che hanno subito traumi, svolgono lavori pesanti o presentano problemi strutturali dell’anca, come alterata morfologia delle strutture articolari.</p>
<p>Non è solo una patologia “da usura”, ma una progressiva alterazione articolare che modifica mobilità, traiettoria del femore e la gestione del peso corporeo.</p>
<p>Il sovrappeso e la sedentarietà possono incidere sull’aumentare il rischio di sviluppare la patologia.</p>
<h2><strong>I sintomi più comuni dell’artrosi dell’anca</strong></h2>
<p>Spesso si manifesta con dolore inguinale o laterale dell’anca, irradiato a coscia e ginocchio.</p>
<p>All’inizio il dolore compare soprattutto dopo aver camminato a lungo, fatto le scale o svolto attività fisica moderata. Con il tempo può presentarsi anche a riposo o durante la notte.</p>
<p>Tra i sintomi più frequenti troviamo:</p>
<ul>
<li>rigidità al mattino o dopo essere stati seduti a lungo;</li>
<li>difficoltà a camminare;</li>
<li>perdita di mobilità dell’anca;</li>
<li>fatica nel mettere le scarpe o salire in auto;</li>
<li>zoppia;</li>
<li>riduzione della forza nella gamba.</li>
</ul>
<p>Quando il controllo articolare diminuisce, camminare o salire le scale diventano i contesti in cui il dolore emerge con più facilità.</p>
<p>La non corretta distribuzione delle forze obbliga il corpo a trovare delle strategie di “compenso” e vengono richieste meccaniche superiori a schiena e ginocchia.</p>
<p>Da qui derivano la perdita progressiva di mobilità, dolore cronico, alterazioni del passo e in fasi avanzate aumenta il rischio di cadute.</p>
<h3><strong>Come viene fatta la diagnosi</strong></h3>
<p>La diagnosi viene eseguita dal medico specialista, generalmente ortopedico o fisiatra. Durante la visita il medico ascolta i sintomi del paziente e valuta il movimento dell’anca.</p>
<p>L’esame più utilizzato è la radiografia, che permette di osservare il consumo della cartilagine e le eventuali modifiche dell’articolazione.</p>
<p>I principali segni che si vedono agli esami sono:</p>
<ul>
<li>riduzione dello spazio articolare;</li>
<li>presenza di osteofiti (“becchi ossei”);</li>
<li>infiammazione;</li>
<li>deformazione dell’articolazione.</li>
</ul>
<p>Secondo le linee guida internazionali AAOS (American Academy of Orthopeadic Surgeons), una diagnosi precoce aiuta a rallentare la progressione della malattia e a migliorare la qualità della vita nei casi di usura moderata.</p>
<p>Nei casi di usura avanzata e limitazioni funzionali l’indicazione protesica rimane l’unica soluzione.</p>
<h3><strong>La valutazione fisioterapica</strong></h3>
<p>Anche il fisioterapista ha un ruolo importante. La valutazione fisioterapica serve a capire quanto il dolore e la rigidità influenzano le attività quotidiane del paziente.</p>
<p>Durante la visita vengono controllati:</p>
<ul>
<li>il movimento dell’anca;</li>
<li>la forza muscolare;</li>
<li>il modo di camminare;</li>
<li>l’equilibrio;</li>
<li>la capacità di svolgere attività come salire le scale o alzarsi dalla sedia.</li>
</ul>
<p>Il fisioterapista utilizza alcuni test specifici per valutare l’articolazione e individuare eventuali compensi muscolari o posturali.</p>
<h3><strong>Il trattamento: movimento e fisioterapia</strong></h3>
<p>Molti pazienti pensano che con l’artrosi sia meglio riposare, ma oggi la ricerca scientifica dimostra il contrario. Il movimento corretto e gli esercizi personalizzati sono fondamentali per ridurre il dolore e mantenere l’autonomia.</p>
<p>La fisioterapia può aiutare a:</p>
<ul>
<li>migliorare la mobilità dell’anca;</li>
<li>rinforzare i muscoli;</li>
<li>diminuire il dolore;</li>
<li>migliorare il cammino;</li>
<li>prevenire peggioramenti.</li>
</ul>
<p>Gli esercizi vengono scelti in base alle condizioni del paziente e possono includere mobilizzazioni articolari, esercizi di rinforzo e attività per migliorare equilibrio e postura.</p>
<p>Uno studio pubblicato sul <em>Journal of Orthopaedic &amp; Sports Physical Therapy</em> conferma che l’esercizio terapeutico rappresenta uno dei trattamenti più efficaci per l’artrosi dell’anca.</p>
<p>L’artrosi dell’anca è una patologia molto comune. Riconoscere i sintomi precocemente e iniziare un percorso terapeutico adeguato permette di controllare il dolore e mantenere una buona funzionalità.</p>
<p>La collaborazione tra medico specialista, fisioterapista e gli specialisti del movimento è fondamentale per costruire un trattamento personalizzato e aiutare il paziente a tornare a muoversi con maggiore sicurezza e serenità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Mancini</em><br />
<em>Fisioterapista </em><br />
<em>Specializzato nei disordini muscolo-scheletrici</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il motore centrale: perché la salute della tua anca inizia dal core</title>
		<link>https://www.trainingandrehab.it/importanza-core-per-anca/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Baldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 17:31:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Molti pazienti sono sorpresi nello scoprire che la soluzione ai loro problemi all’anca non si trova solo nell&#8217;anca stessa, ma &#8220;un piano sopra&#8221;: nel core. La ricerca scientifica moderna ha dimostrato che il complesso lombo-pelvico-anca funziona come un&#8217;unica unità funzionale, dove la stabilità della colonna vertebrale e del bacino è essenziale per la mobilità e la salute delle estremità. Una stabilità centrale efficiente è indispensabile poiché permette il corretto trasferimento della forza dal tronco alle gambe durante ogni movimento quotidiano o sportivo. L&#8217;importanza del core come &#8220;base&#8221; per l&#8217;efficienza dell&#8217;anca [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Molti pazienti sono sorpresi nello scoprire che la soluzione ai loro problemi all’anca non si trova solo nell&#8217;anca stessa, ma &#8220;un piano sopra&#8221;: nel <strong>core</strong>.<br />
La ricerca scientifica moderna ha dimostrato che il complesso lombo-pelvico-anca funziona come un&#8217;unica unità funzionale, dove la stabilità della colonna vertebrale e del bacino è essenziale per la mobilità e la salute delle estremità. Una stabilità centrale efficiente è indispensabile poiché permette il corretto trasferimento della forza dal tronco alle gambe durante ogni movimento quotidiano o sportivo.</p>
<h2><strong>L&#8217;importanza del core come &#8220;base&#8221; per l&#8217;efficienza dell&#8217;anca</strong></h2>
<p>L&#8217;articolazione dell&#8217;anca è strettamente legata alla colonna lombare e al bacino attraverso connessioni anatomiche e biomeccaniche. Quando i muscoli del core si attivano correttamente, creano una <strong>base stabile</strong> che permette ai muscoli dell&#8217;anca di lavorare in modo più efficiente.</p>
<p>Tecniche come l&#8217;<strong>abdominal bracing</strong> (contrazione globale della parete addominale) o l&#8217;<strong>abdominal pulling-in</strong> (attivazione dei muscoli profondi) sono fondamentali per ottimizzare l&#8217;allineamento della colonna e migliorare la funzione delle gambe. Una base instabile, al contrario, aumenta il rischio di infortuni alla colonna e alle articolazioni correlate, inclusa l&#8217;anca.</p>
<h4><strong>La scienza del 2025: l&#8217;esercizio come prima scelta</strong></h4>
<p>Per i pazienti affetti da <strong>Sindrome da Conflitto Femoro-Acetabolare (FAIS)</strong>, le evidenze scientifiche pubblicate nel <strong>2025</strong> hanno confermato che la riabilitazione conservativa basata sulla stabilità del core e sul rinforzo progressivo deve essere considerata il <strong>trattamento di prima linea</strong>. Sebbene la chirurgia possa offrire un sollievo più rapido dal dolore nel breve termine, gli studi a lungo termine (2 anni) mostrano che <strong>non vi sono differenze sostanziali nei risultati funzionali</strong> <strong>tra chi sceglie la fisioterapia e chi si sottopone a intervento chirurgico</strong>. Programmi mirati di allenamento neuromuscolare permettono infatti di ridurre lo stress meccanico sull&#8217;articolazione, migliorando significativamente la qualità della vita senza i rischi associati al bisturi.</p>
<h3><strong>Prevenire il &#8220;collasso cinetico&#8221; e l&#8217;infortunio</strong></h3>
<p>Un core debole o affaticato espone l&#8217;anca a rischi meccanici diretti. Quando i muscoli stabilizzatori del tronco si stancano, il corpo adotta &#8220;strategie di compenso&#8221; pericolose, come l&#8217;aumento della rotazione interna dell&#8217;anca o il cedimento del ginocchio verso l&#8217;interno, fenomeno noto come <strong>collasso cinetico</strong>. La ricerca ha dimostrato che la fatica del core altera la biomeccanica del movimento, aumentando drasticamente la pressione sull&#8217;articolazione della rotula e dell&#8217;anca stessa. Al contrario, una buona <strong>resistenza dei muscoli rotatori esterni</strong> dell&#8217;anca (che fanno parte del sistema del core) funge da scudo protettivo, riducendo significativamente il rischio di distorsioni e infortuni da sovraccarico.</p>
<h3><strong>Prevenzione degli infortuni: cosa dicono gli studi</strong></h3>
<p>L&#8217;allenamento del core non serve solo a chi ha già dolore, ma è una delle strategie di prevenzione più efficaci:</p>
<ul>
<li><strong>per i corridori:</strong> uno studio recente su corridori principianti ha dimostrato che un programma focalizzato su core e anca riduce il rischio di infortuni complessivi di circa un terzo e <strong>dimezza (52%) il rischio di infortuni da sovraccarico</strong> (come il &#8220;ginocchio del corridore&#8221;).</li>
<li><strong>per gli atleti, soprattutto nel calcio:</strong> la resistenza dei muscoli esterni dell&#8217;anca (che fanno parte del complesso del core) è un fattore protettivo cruciale. Gli atleti con una minore resistenza in questi muscoli hanno una probabilità significativamente maggiore di subire distorsioni o stiramenti durante la stagione.</li>
</ul>
<h3><strong>Il ruolo del chinesiologo: qualità e coordinazione</strong></h3>
<p>L&#8217;allenamento con un professionista della chinesiologia non mira solo a &#8220;potenziare&#8221; i muscoli, ma a <strong>rieducare il sistema nervoso</strong>. Spesso, dopo un trauma o un dolore cronico, il cervello &#8220;spegne&#8221; parzialmente i muscoli chiave (come i glutei) attraverso un fenomeno chiamato <strong>inibizione muscolare artrogenica (AMI)</strong>. Il chinesiologo interviene per ripristinare il corretto <strong>&#8220;timing&#8221; di attivazione</strong>, assicurandosi ad esempio che il gluteo si attivi prima dei muscoli posteriori della coscia durante l&#8217;estensione della gamba.</p>
<p>Inoltre, uno studio del <strong>2025</strong> ha sollevato un punto cruciale: un&#8217;attivazione addominale eccessiva o eseguita in modo errato (&#8220;succhiare in dentro&#8221; la pancia in modo forzato) può paradossalmente <strong>ridurre l&#8217;attivazione di muscoli vitali dell&#8217;anca</strong>, come il medio gluteo. Questo conferma che <strong>la coordinazione è più importante della forza bruta</strong>; l&#8217;obiettivo non è indurire l&#8217;addome il più possibile, ma imparare a stabilizzare il bacino in modo armonico mentre l&#8217;anca si muove.</p>
<p>Migliorare il core sotto la guida di un esperto significa costruire una <strong>base solida</strong> per la tua anca. Un percorso personalizzato permette di:</p>
<ol>
<li><strong>Identificare e correggere gli squilibri</strong> tra muscoli dominanti (spesso l&#8217;ileopsoas) e inibiti (i glutei).</li>
<li><strong>Proteggere l&#8217;articolazione</strong> dall&#8217;usura precoce attraverso il controllo del bacino.</li>
<li><strong>Migliorare la funzione polmonare e l&#8217;equilibrio</strong>, contribuendo a un benessere fisico complessivo.</li>
</ol>
<p>Affidarsi a criteri scientifici e alla supervisione professionale trasforma il semplice esercizio addominale in una vera e propria terapia per la salute a lungo termine della tua anca.</p>
<p class="qodef-team-name entry-title" style="text-align: right;">Juri Coltrinari<br />
<em>Laureato in Scienze Motorie e specializzato in Rieducazione Funzionale</em><br />
<em>Tecnico Avanzato Metodo Raggi con Pancafit</em><br />
<em>Allenamento funzionale per sportivi e soggetti con problematiche patologiche</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Odontoiatria e Osteopatia: una relazione sempre più integrata</title>
		<link>https://www.trainingandrehab.it/odontoiatria-e-osteopatia-una-relazione-sempre-piu-integrata/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Baldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 19:20:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.trainingandrehab.it/?p=8767</guid>

					<description><![CDATA[<p>La relazione tra osteopatia e odontoiatria è più stretta di quanto si possa pensare. Entrambe le discipline, infatti, si occupano di strutture che influenzano l’equilibrio globale del corpo, in particolare nella zona cranio-mandibolare. Negli ultimi anni si è sviluppato un crescente interesse verso l’integrazione tra osteopatia e odontoiatria, due ambiti che, pur mantenendo competenze distinte, condividono un obiettivo comune: il benessere globale del paziente. Questo dialogo si concentra soprattutto su una struttura chiave, il sistema stomatognatico, e sul suo ruolo nell’equilibrio dell’intero organismo. Il sistema stomatognatico: il punto di partenza [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La relazione tra osteopatia e odontoiatria è più stretta di quanto si possa pensare. Entrambe le discipline, infatti, si occupano di strutture che influenzano l’equilibrio globale del corpo, in particolare nella zona cranio-mandibolare.</p>
<p>Negli ultimi anni si è sviluppato un crescente interesse verso l’integrazione tra osteopatia e odontoiatria, due ambiti che, pur mantenendo competenze distinte, condividono un obiettivo comune: il benessere globale del paziente. Questo dialogo si concentra soprattutto su una struttura chiave, il sistema stomatognatico, e sul suo ruolo nell’equilibrio dell’intero organismo.</p>
<h3><strong>Il sistema stomatognatico: il punto di partenza</strong></h3>
<p>Il sistema stomatognatico comprende denti, mandibola, articolazioni temporo-mandibolari (ATM), muscoli masticatori e strutture correlate. Tradizionalmente studiato in ambito odontoiatrico, oggi viene sempre più considerato anche da un punto di vista funzionale e posturale.</p>
<p>Una malocclusione dentale, ad esempio, non si limita a creare problemi locali come usura dentale o difficoltà masticatorie, ma può influenzare l’equilibrio muscolare e la postura generale. Questo accade perché la mandibola è in stretta relazione con il cranio, la colonna cervicale e, indirettamente, con tutto il sistema muscolo-scheletrico.</p>
<p>Problemi di occlusione dentale, come le malocclusioni, possono quindi influenzare:</p>
<ul>
<li>la postura</li>
<li>l’equilibrio muscolare</li>
<li>le tensioni cervicali e lombari</li>
</ul>
<p>L’osteopata osserva il corpo in modo globale e può rilevare come una disfunzione della mandibola si ripercuota su:</p>
<ul>
<li>colonna vertebrale</li>
<li>bacino</li>
<li>apparato viscerale</li>
</ul>
<h2><strong>L’ATM: il ponte tra odontoiatria e osteopatia</strong></h2>
<p>L’articolazione temporo-mandibolare (ATM) rappresenta uno dei principali punti di contatto tra le due discipline. Il suo complesso sistema nervoso, composto in particolare dal nervo trigemino e da altri nervi cranici, crea una connessione diretta tra funzione mandibolare e sistema neuromuscolare globale.</p>
<p>I disturbi dell’ATM, come dolore, click articolari o limitazione dell’apertura della bocca, possono essere associati a:</p>
<ul>
<li>dolore mandibolare o facciale</li>
<li>dolori cervicali</li>
<li>vertigini</li>
<li>acufeni</li>
<li>difficoltà nella deglutizione</li>
<li>limitazione nell’apertura della bocca</li>
</ul>
<h2><strong>Il ruolo dell’odontoiatra e dell’osteopata</strong></h2>
<p>L’odontoiatra, attraverso le proprie competenze mediche, identifica il problema e può intervenire con dispositivi odontoiatrici come:</p>
<ul>
<li>bite</li>
<li>allineamento dentale</li>
<li>trattamento del bruxismo</li>
</ul>
<p>L’osteopata, dopo la valutazione e l’applicazione del supporto specifico, lavora sulla complessa situazione di adattamento funzionale e posturale attraverso:</p>
<ul>
<li>miglioramento della mobilità articolare</li>
<li>rilascio delle tensioni muscolari</li>
<li>riequilibrio craniale</li>
</ul>
<p>L’osteopatia, con il suo approccio globale, analizza il corpo come un sistema interconnesso. Una disfunzione a livello della mandibola può generare compensazioni a distanza, ma anche il contrario è possibile. Ad esempio, una problematica posturale a livello del bacino può riflettersi sulla muscolatura cervicale e, indirettamente, sull’equilibrio mandibolare.</p>
<h3><strong>L&#8217;importanza dell&#8217;approccio multidisciplinare</strong></h3>
<p>Oggi si parla sempre più di collaborazione tra professionisti. L’integrazione tra osteopata e odontoiatra permette di affrontare il problema da più angolazioni:</p>
<ul>
<li>locale (denti, occlusione, articolazione)</li>
<li>globale (postura, catene muscolari, adattamenti corporei)</li>
</ul>
<p>Ad esempio, dopo l’applicazione di un bite o di un apparecchio ortodontico, il corpo deve adattarsi a una nuova posizione mandibolare. In questa fase, il trattamento osteopatico può facilitare l’adattamento e ridurre eventuali sintomi associati.</p>
<p>Sempre più spesso si lavora in collaborazione:</p>
<ul>
<li>l’odontoiatra corregge la causa locale</li>
<li>l’osteopata tratta le compensazioni del corpo</li>
</ul>
<p>Un esempio pratico è rappresentato dall’utilizzo del bite: questo può migliorare l’occlusione, mentre il trattamento osteopatico aiuta il corpo ad adattarsi alla nuova posizione mandibolare.</p>
<h3><strong>Bruxismo e stress: un esempio di lavoro integrato</strong></h3>
<p>Nel caso del bruxismo, ovvero il digrignamento dei denti, l’approccio multidisciplinare diventa particolarmente utile:</p>
<ul>
<li>odontoiatria → protezione dei denti tramite bite</li>
<li>osteopatia → riduzione delle tensioni craniali e cervicali e miglioramento della componente funzionale</li>
</ul>
<h3><strong>Limiti e attenzioni dell&#8217;approccio integrato</strong></h3>
<p>Come tutte le indicazioni terapeutiche, anche l’approccio multidisciplinare richiede alcune attenzioni. È importante essere chiari su alcuni aspetti:</p>
<ul>
<li>non tutti i problemi posturali derivano dai denti</li>
<li>non tutte le disfunzioni dell’ATM richiedono trattamento osteopatico</li>
<li>le evidenze scientifiche sulla relazione diretta sono ancora in evoluzione</li>
</ul>
<p>Il lavoro integrato risulta quindi utile, ma deve essere sempre personalizzato e contestualizzato sulla base del singolo paziente.</p>
<h3><strong>L’odontoiatria funzionale: una visione più globale</strong></h3>
<p>Negli ultimi anni si sta sviluppando sempre di più una visione globale dell’odontoiatria, definita odontoiatria funzionale. Questo approccio non si limita a curare denti e gengive, ma considera l’intero sistema orale in relazione al resto del corpo, includendo muscoli, articolazioni, postura e respirazione.</p>
<p>In questo contesto, il termine “funzionale” indica il corretto equilibrio tra:</p>
<ul>
<li>denti</li>
<li>muscoli masticatori</li>
<li>articolazioni della mandibola</li>
<li>sistema nervoso</li>
</ul>
<p>Quando questo equilibrio viene alterato, possono comparire diversi disturbi, anche non direttamente dentali.</p>
<p>L’odontoiatria funzionale valuta e tratta problematiche come:</p>
<ul>
<li>malocclusione</li>
<li>bruxismo</li>
<li>dolori mandibolari o cervicali</li>
<li>cefalee muscolo-tensive</li>
<li>disturbi dell’ATM</li>
<li>problemi posturali collegati alla bocca</li>
</ul>
<p>Spesso questo approccio lavora in collaborazione con fisioterapisti, osteopati o logopedisti, con l’obiettivo di ristabilire un equilibrio generale e non solo correggere il singolo problema dentale.</p>
<p>Tra i trattamenti più comuni troviamo:</p>
<ul>
<li>bite (placche occlusali)</li>
<li>ortodonzia funzionale</li>
<li>esercizi muscolari</li>
<li>riequilibrio occlusale</li>
</ul>
<h4><strong>Quando può essere utile</strong></h4>
<p>L’approccio funzionale può essere indicato in presenza di:</p>
<ul>
<li>dolore alla mandibola o al viso</li>
<li>click o blocchi durante l’apertura della bocca</li>
<li>mal di testa frequenti</li>
<li>tensioni cervicali senza causa apparente</li>
<li>consumo anomalo dei denti</li>
</ul>
<h4><strong>Per riepilogare</strong></h4>
<p>La connessione tra odontoiatria e osteopatia esiste e si basa su:</p>
<ul>
<li>il rapporto tra mandibola e postura</li>
<li>il ruolo dell’ATM</li>
<li>l’interazione tra muscoli, articolazioni e sistema nervoso</li>
</ul>
<p>L’approccio multidisciplinare consente di affrontare il problema in modo più completo, mettendo al centro il paziente e il suo equilibrio globale, con l’obiettivo di migliorare la funzionalità, ridurre i sintomi e favorire il benessere generale.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Steven Petrelli</em><br />
<em>Massofisioterapista ed osteopata, laureato in scienze motorie</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Fibromialgia, una sindrome complessa tra dolore, disabilità e qualità della vita</title>
		<link>https://www.trainingandrehab.it/che-cosa-e-la-fibromialgia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Baldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 17:41:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La fibromialgia (o sindrome fibromialgica) è una condizione cronica caratterizzata da dolore diffuso persistente, accompagnato da una serie di sintomi che vanno oltre la sola sensazione dolorosa muscolo-scheletrica. Non si tratta di un processo infiammatorio articolare, ma di una alterazione del modo in cui il sistema nervoso centrale elabora il dolore, con una bassa soglia di stimolazione dolorosa percepita dal paziente anche in presenza di stimoli normalmente innocui. La fibromialgia è riconosciuta come una delle cause più comuni di dolore cronico muscolo-scheletrico non articolare, che può coinvolgere collo, spalle, tronco, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La fibromialgia (o sindrome fibromialgica) è una condizione cronica caratterizzata da <strong>dolore diffuso persistente</strong>, accompagnato da una serie di sintomi che vanno oltre la sola sensazione dolorosa muscolo-scheletrica. Non si tratta di un processo infiammatorio articolare, ma di una <strong>alterazione del modo in cui il sistema nervoso centrale elabora il dolore</strong>, con una bassa soglia di stimolazione dolorosa percepita dal paziente anche in presenza di stimoli normalmente innocui.</p>
<p>La fibromialgia è riconosciuta come una delle cause più comuni di <strong>dolore cronico muscolo-scheletrico non articolare</strong>, che può coinvolgere collo, spalle, tronco, arti inferiori e superiori.</p>
<h2><strong>Cause e sintomi della fibromialgia </strong></h2>
<p>La causa esatta della fibromialgia non è ancora completamente compresa. Le evidenze attuali suggeriscono una <strong>convergenza di fattori genetici, neurochimici e ambientali</strong> che concorrono a una disfunzione dei meccanismi di modulazione del dolore nel sistema nervoso centrale.</p>
<p>Secondo i maggiori studi di settore:</p>
<ul>
<li><strong>Alterazioni della sensibilità al dolore</strong>: il cervello e il midollo spinale aumentano la risposta ai segnali dolorosi.</li>
<li><strong>Fattori genetici</strong>: una maggiore predisposizione nei familiari di primo grado.</li>
<li><strong>Eventi scatenanti</strong>: traumi fisici o emotivi, infezioni virali importanti o stress ripetuto possono favorire l’insorgenza.</li>
<li><strong>Disfunzioni del sonno e stress fisiologico</strong>: la mancata qualità del riposo sembra avere un ruolo chiave nella cronicizzazione dei sintomi.</li>
</ul>
<p>Questa complessità di meccanismi è uno dei motivi per cui la fibromialgia è considerata una <strong>sindrome difficile da diagnosticare e gestire</strong>, richiedendo spesso un approccio multidisciplinare.</p>
<p>Il <strong>dolore cronico diffuso</strong> è il sintomo cardine, ma non l’unico. La fibromialgia può manifestarsi con un ampio spettro di campanelli d’allarme che coinvolgono diversi sistemi corporei, rendendo il quadro clinico complesso.<br />
Tra questi:</p>
<ul>
<li><strong>dolore diffuso e sensibilità muscolare</strong></li>
<li><strong>Affaticamento persistente</strong> e <strong>sensazione di stanchezza</strong> anche dopo riposo prolungato</li>
<li><strong>Disturbi del sonno</strong>, come insonnia o sonno non ristoratore</li>
<li><strong>Fibro-fog</strong>, ovvero difficoltà di concentrazione, memoria e attenzione</li>
<li><strong>Cefalee ed emicrania</strong></li>
<li><strong>Irritazione dell’intestino e dolore addominale</strong></li>
<li><strong>Sintomi neurologici</strong>, come formicolio o intorpidimento alle estremità</li>
<li><strong>Ansia e depressione associate</strong> ai sintomi fisici</li>
</ul>
<p>Questa varietà di segni e sintomi comporta che il paziente possa avere, oltre al dolore, anche un significativo <strong>peggioramento</strong> della <strong>qualità della vita</strong>, con impatto su attività quotidiane, lavoro e relazioni sociali.</p>
<h3><strong>Come si diagnostica </strong></h3>
<p>La diagnosi di fibromialgia è <strong>clinica</strong>: non esistono test di laboratorio o esami strumentali specifici. Il criterio diagnostico fondamentale è la presenza di <strong>dolore diffuso per almeno tre mesi</strong>, associato a una combinazione di sintomi tipici.</p>
<p>Gli esami di laboratorio o radiologici non mostrano alterazioni tipiche che possano associarsi immediatamente alla fibromialgia e sono principalmente utili per <strong>escludere altre condizioni</strong> (ad esempio ipotiroidismo o artriti infiammatorie) che potrebbero causare sintomi simili.</p>
<p>La <strong>difficoltà diagnostica</strong> è uno degli aspetti clinici più sfidanti, a volte con diagnosi tardive o errate, che richiedono un’attenta raccolta anamnestica e una valutazione multidisciplinare.</p>
<h3><strong>L’approccio terapeutico</strong></h3>
<p>Al momento non esiste una cura risolutiva per la fibromialgia, ma esistono strategie consolidate che consentono di <strong>gestire i sintomi, migliorare la funzionalità e la qualità della vita</strong>.</p>
<ol>
<li><strong> Esercizio fisico graduale</strong></li>
</ol>
<p>L’inserimento di un <strong>programma di esercizio fisico mirato</strong> — che possa includere attività aerobica leggera, stretching e rinforzo muscolare — rappresenta uno dei pilastri della gestione dei sintomi. L’esercizio aiuta a interrompere il circolo vizioso di <strong>dolore-inattività-peggioramento</strong> che spesso accompagna la sindrome.</p>
<ol start="2">
<li><strong> Strategie mente-corpo</strong></li>
</ol>
<p>Terapie come <strong>yoga</strong>, <strong>Tai Chi</strong> o <strong>tecniche di rilassamento e consapevolezza</strong> hanno mostrato effetti positivi sulla gestione del dolore cronico, dell’affaticamento e dei disturbi del sonno, favorendo anche un miglior equilibrio psicofisico.</p>
<ol start="3">
<li><strong> Supporto psicologico</strong></li>
</ol>
<p>Poiché ansia e depressione sono frequentemente associate alla fibromialgia, la <strong>terapia cognitivo-comportamentale</strong> e altre tecniche di <strong>supporto psicologico</strong> <strong>e cognitivo</strong> possono essere parte integrante del percorso terapeutico.</p>
<ol start="4">
<li><strong> Farmaci (quando indicati)</strong></li>
</ol>
<p>In alcuni casi si utilizzano farmaci specifici per modulare il dolore o migliorare il sonno, sempre valutati caso per caso e integrati con interventi non farmacologici.</p>
<h2><strong>Il ruolo della riabilitazione nel trattamento della fibromialgia</strong></h2>
<p>La riabilitazione è un <strong>elemento centrale</strong> nella gestione integrata della fibromialgia, perché:</p>
<ul>
<li>aiuta a <strong>mantenere o recuperare capacità funzionali</strong> compromesse;</li>
<li><strong>sostiene il paziente</strong> nel reinserimento graduale all’attività fisica;</li>
<li><strong>previene il peggioramento</strong> legato alla sedentarietà;</li>
<li>favorisce strategie di <strong>controllo del dolore e gestione dell’affaticamento</strong>.</li>
</ul>
<p>In questo senso, il fisioterapista e il team riabilitativo costituiscono <strong>un nodo fondamentale della presa in carico</strong>, con programmi personalizzati e con obiettivi realistici.</p>
<h3><strong>Fibromialgia e attività fisica: perché non è un tabù</strong></h3>
<p>Tradizionalmente si tende a evitare l’attività fisica quando si soffre di dolore cronico. Tuttavia, studi e linee guida moderne indicano che <strong>l’esercizio fisico regolare e adattato è sostenibile e spesso terapeutico</strong>, purché adeguato alle condizioni individuali e progressivo.</p>
<p>L’<strong>obiettivo</strong> non è allenarsi per la performance, ma:</p>
<ul>
<li>migliorare la capacità funzionale;</li>
<li>ottimizzare la qualità del movimento;</li>
<li>stimolare adattamenti fisiologici positivi;</li>
<li>prevenire la perdita di efficienza muscolare e il dolore da inattività.</li>
</ul>
<p>Questo richiede tempo, monitoraggio e un piano calibrato — ma i benefici possono essere concreti e misurabili.</p>
<h3><strong>Verso una gestione consapevole della fibromialgia</strong></h3>
<p>La fibromialgia è una condizione complessa, con un quadro sintomatologico ampio e un impatto potenziale significativo sulla qualità della vita. La chiave di un percorso efficace risiede in una <strong>valutazione multidimensionale</strong>, in un <strong>approccio terapeutico integrato</strong> e nella <strong>partecipazione attiva del paziente</strong>, supportato da professionisti competenti.</p>
<p>Il modello di Training and Rehab — che integra competenze medico-cliniche, fisioterapiche e riabilitative — può offrire un <strong>percorso personalizzato</strong>, capace di rispondere alle esigenze specifiche di chi convive con dolore cronico diffuso e desidera ritrovare funzionalità, fiducia e benessere.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Kinesio Taping: cos’è, come funziona e quando usarlo davvero</title>
		<link>https://www.trainingandrehab.it/kinesio-taping-cose-come-funziona-e-quando-usarlo-davvero/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Baldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2025 18:43:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ultimi anni il Kinesio Taping è diventato uno strumento sempre più visibile nello sport professionistico e amatoriale, ma anche nella pratica clinica quotidiana. Atleti con strisce colorate su spalle, ginocchia o caviglie sono ormai una presenza familiare. Tuttavia, dietro a un utilizzo spesso “estetico” o imitativo, esiste una tecnica con basi fisiologiche precise, indicazioni specifiche e – come ogni strumento terapeutico – limiti chiari. Comprendere cosa sia realmente il Kinesio Taping, come agisca sull’organismo e quando sia indicato è fondamentale sia per il professionista sanitario sia per lo sportivo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi anni il <strong>Kinesio Taping</strong> è diventato uno strumento sempre più visibile nello sport professionistico e amatoriale, ma anche nella pratica clinica quotidiana. Atleti con strisce colorate su spalle, ginocchia o caviglie sono ormai una presenza familiare. Tuttavia, dietro a un utilizzo spesso “estetico” o imitativo, esiste una <strong>tecnica con basi fisiologiche precise, indicazioni specifiche e</strong> – come ogni strumento terapeutico – <strong>limiti chiari</strong>.</p>
<p>Comprendere cosa sia realmente il Kinesio Taping, come agisca sull’organismo e quando sia indicato è fondamentale sia per il professionista sanitario sia per lo sportivo che desidera un approccio consapevole alla propria salute.</p>
<h2><strong>Cos’è il Kinesio Taping e su quali principi si basa</strong></h2>
<p>Il Kinesio Taping è una tecnica che utilizza un <strong>nastro elastico adesivo</strong>, privo di farmaci, progettato per <strong>imitare le caratteristiche elastiche della pelle</strong>. A differenza del taping tradizionale rigido, non immobilizza l’articolazione ma accompagna il movimento, interagendo con il sistema neuromuscolare e fasciale.</p>
<p>Il razionale teorico si fonda su tre meccanismi principali. Il primo è la <strong>stimolazione dei recettori cutanei</strong>, che può modulare la percezione del dolore attraverso meccanismi di controllo centrale e periferico. Il secondo riguarda la <strong>modifica delle pressioni sottocutanee</strong>, ipotizzata per favorire il microcircolo e il drenaggio dei liquidi interstiziali. Il terzo è il <strong>feedback propriocettivo</strong>, utile per migliorare la consapevolezza del movimento e il controllo motorio.</p>
<p>È importante sottolineare che questi effetti non sono automatici né garantiti: dipendono dalla corretta valutazione del paziente, dalla tecnica di applicazione e dall’integrazione con il resto del percorso riabilitativo.</p>
<h3><strong>Cosa dice davvero la letteratura scientifica</strong></h3>
<p>Dal punto di vista scientifico, il Kinesio Taping è uno degli strumenti più studiati – e allo stesso tempo più discussi – degli ultimi anni. Le revisioni sistematiche e le meta-analisi mostrano risultati non sempre univoci.</p>
<p>In molte condizioni muscolo-scheletriche il taping elastico si è dimostrato <strong>più efficace del non trattamento</strong> nel ridurre il dolore nel breve periodo. Tuttavia, quando viene confrontato con trattamenti attivi (esercizio terapeutico, fisioterapia manuale, taping placebo), <strong>non emerge una superiorità costante</strong>.</p>
<p>Questo non significa che il Kinesio Taping “non funzioni”, ma che il suo ruolo è quello di <strong>strumento complementare</strong>, utile soprattutto per facilitare la partecipazione attiva del paziente alla terapia e ridurre i sintomi in una fase specifica del recupero.</p>
<h3><strong>In quali situazioni cliniche e sportive può essere utile</strong></h3>
<p>Nella pratica quotidiana, il Kinesio Taping trova <strong>applicazione</strong> in numerosi contesti, purché inserito in una <strong>strategia terapeutica ragionata</strong>.</p>
<p><strong>Viene frequentemente utilizzato</strong>:</p>
<ul>
<li>nel dolore muscolo-scheletrico acuto o cronico, per ridurre la sintomatologia e migliorare la tolleranza al movimento;</li>
<li>nelle tendinopatie, come supporto temporaneo durante la progressione del carico;</li>
<li>nella gestione di edema e gonfiore post-traumatico o post-operatorio;</li>
<li>nelle prime fasi della riabilitazione post-chirurgica, ad esempio dopo interventi al ginocchio;</li>
<li>nello sport, per migliorare il controllo motorio e fornire feedback durante allenamenti o competizioni.</li>
</ul>
<p>Il punto chiave è che il taping <strong>non corregge da solo la causa del problema</strong>, ma può creare le condizioni migliori affinché esercizio, rieducazione funzionale e lavoro sul carico risultino più efficaci.</p>
<h3><strong>I colori del Kinesio Tape: utilità o suggestione?</strong></h3>
<p>Uno degli aspetti che più incuriosiscono pazienti e atleti riguarda il colore del tape. Blu per rilassare, rosso per stimolare, nero per sostenere: queste associazioni sono molto diffuse, ma <strong>non hanno basi scientifiche solide</strong>.</p>
<p>Dal punto di vista fisico e meccanico, tutti i colori hanno le stesse caratteristiche. Le eventuali differenze percepite sono legate a fattori psicologici, preferenze personali o aspettative del paziente. Questo non rende il colore irrilevante in assoluto: in alcuni casi, l’effetto placebo o la sensazione di “sentirsi più supportati” può contribuire al risultato complessivo, soprattutto nello sport.</p>
<h4><strong>Falsi miti da chiarire sul Kinesio Taping</strong></h4>
<p>Qui è utile fare ordine, perché molti fraintendimenti portano a un <strong>utilizzo improprio della tecnica</strong>:</p>
<ul>
<li>il Kinesio Taping <strong>non rinforza i muscoli</strong> in senso strutturale;</li>
<li><strong>non modifica</strong> in modo permanente l’<strong>allineamento articolare</strong>;</li>
<li><strong>non sostituisce l’esercizio</strong> terapeutico;</li>
<li><strong>non garantisce miglioramenti di forza o performance</strong> nel lungo periodo.</li>
</ul>
<p>Quando viene presentato come soluzione unica o miracolosa, perde di credibilità. Quando viene utilizzato come parte di un percorso strutturato, può invece offrire un valore reale.</p>
<h4><strong>Applicazioni pratiche, alcuni esempi clinici</strong></h4>
<p>Nel <strong>dolore femoro-rotuleo</strong>, il taping può aiutare a ridurre la sintomatologia anteriore del ginocchio e migliorare la percezione del movimento, soprattutto nelle fasi iniziali della riabilitazione. In questi casi è spesso associato a esercizi di controllo dell’anca e del quadricipite.</p>
<p>Nelle <strong>tendinopatie</strong>, come quella achillea o rotulea, il Kinesio Taping può ridurre la percezione del carico durante l’attività, consentendo al paziente di aderire meglio ai protocolli di esercizio progressivo, che restano il cardine del trattamento.</p>
<p>Nel <strong>post-operatorio del ginocchio</strong>, alcune evidenze suggeriscono un miglioramento del dolore e del range di movimento nelle prime settimane, rendendo più agevole il recupero funzionale precoce.</p>
<h4><strong>Principi di base per applicarlo correttamente</strong></h4>
<p>Per essere efficace, il Kinesio Taping <strong>richiede precisione</strong>. La pelle deve essere pulita e asciutta, il nastro tagliato con angoli arrotondati e applicato con tensioni adeguate all’obiettivo terapeutico. Nella maggior parte dei casi si utilizzano tensioni basse o moderate, lasciando che sia lo stimolo sensoriale a fare il lavoro principale.</p>
<p>Un’applicazione errata non è solo inutile, ma può irritare la pelle o creare false aspettative nel paziente.</p>
<h4><strong>Kinesio Taping e riabilitazione: il giusto equilibrio</strong></h4>
<p><strong>L’approccio più efficace è quello integrato</strong>. Una <strong>valutazione funzionale accurata</strong> individua le reali cause del dolore o della disfunzione; l’esercizio terapeutico costruisce adattamenti duraturi; il Kinesio Taping può accompagnare questo processo, rendendolo più tollerabile e fluido.</p>
<p>Quando il dolore diminuisce e il controllo motorio migliora, il taping perde progressivamente la sua utilità e può essere rimosso senza creare dipendenza.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Chiara Petrellini</em><br />
<em>Massofisioterapista</em><br />
<em>Specializzata in rieducazione posturale</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>L’appoggio del piede nel runner: ruolo in prestazione e prevenzione infortuni</title>
		<link>https://www.trainingandrehab.it/appoggio-del-piede-nel-runner-ruolo-in-prestazione-e-prevenzione-infortuni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Baldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Dec 2025 13:37:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[appoggio piede runner]]></category>
		<category><![CDATA[performance corsa]]></category>
		<category><![CDATA[runner]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando parliamo dell’appoggio del piede nel runner, ci riferiamo al modo in cui il piede entra, supporta e lascia il suolo durante la corsa: un elemento cruciale per efficienza, comfort e riduzione del rischio infortuni. Analizzare correttamente l’appoggio aiuta non solo a scegliere la scarpa giusta, ma anche a impostare una preparazione biomeccanica ottimale per ogni corridore. Anatomia e funzione dell’appoggio piede nel runner Il piede è una struttura complessa: comprende 26 ossa più numerosi legamenti, muscoli e articolazioni e agisce come un sistema dinamico in grado di adattarsi al [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando parliamo dell’<strong>appoggio del piede nel runner</strong>, ci riferiamo al modo in cui il piede <strong>entra, supporta e lascia il suolo</strong> durante la corsa: un elemento cruciale per efficienza, comfort e riduzione del rischio infortuni. Analizzare correttamente l’appoggio aiuta non solo a scegliere la scarpa giusta, ma anche a impostare una <strong>preparazione biomeccanica ottimale</strong> per ogni corridore.</p>
<h2><strong>Anatomia e funzione dell’appoggio piede nel runner</strong></h2>
<p>Il piede è una struttura complessa: comprende <strong>26 ossa più numerosi legamenti, muscoli e articolazioni</strong> e agisce come un sistema dinamico in grado di adattarsi al terreno, assorbire urti e trasformare la forza muscolare in spinta. In fase di corsa, la <strong>volta plantare</strong> — formata da diversi archi — funge da vero e proprio <strong>ammortizzatore naturale</strong>, modulando forma e rigidità in base al carico e al terreno.</p>
<p>La capacità di adattamento della volta plantare è fondamentale: quando la curvatura e la funzione degli archi sono alterate (per ragioni anatomiche o funzionali), l’appoggio diventa inefficiente e può portare a stress su articolazioni come caviglia, ginocchio e anche.</p>
<h3><strong>Tipologie di appoggio: come riconoscerle e cosa significano</strong></h3>
<p>Studiando l&#8217;appoggio del piede nel runner si possono identificare tre diverse tipologie:</p>
<ul>
<li><b>chi corre con il retropiede</b></li>
<li><b>chi corre con il mesopiede</b></li>
<li><b>chi corre con l&#8217;a<strong>v</strong>anpiede</b></li>
</ul>
<p>Movimenti delle braccia, inclinazione del corpo e tipo di passo sono variabili che si modificano a seconda dell&#8217;approccio</p>
<p>Ogni corridore ha caratteristiche anatomiche e muscolari uniche; la combinazione di queste determina un tipo di appoggio prevalente.</p>
<p>Tra i profili più diffusi:</p>
<ul>
<li><strong>Iperpronazione (pronazione eccessiva):</strong> la volta plantare cede molto, l’arco interno è basso. L’impronta è ampia e “schiacciata”. A ogni appoggio il piede assorbe male le forze; muscoli e legamenti sono sottoposti a stress continui. Nel tempo possono insorgere problemi alle caviglie, alle ginocchia o tendiniti.</li>
<li><strong>Piede piatto:</strong> la volta plantare è quasi completamente “spianata”. L’arco interno è assente o poco marcato. Il carico si distribuisce male; l’intera pianta sopporta pressione eccessiva, con rischio elevato di sovraccarichi e instabilità.</li>
<li><strong>Supinazione eccessiva / piede rigido / piede cavo:</strong> la volta plantare è molto arcuata, la pianta del piede rigida. L’appoggio è di superficie ridotta e poco adattabile; l’ammortizzazione è minima, con conseguente aumento della forza trasmessa a caviglia e ginocchio. Tendini e legamenti sono sollecitati oltre misura e la probabilità di distorsioni o infortuni cresce.</li>
</ul>
<p>Comprendere il proprio profilo di appoggio è il primo passo per correggere eventuali disfunzioni e personalizzare scarpa, allenamenti e lavoro tecnico.</p>
<h4><strong>Dal test statico all’analisi dinamica: l’evoluzione diagnostica per comprendere l’appoggio del piede nel runner</strong></h4>
<p>Tradizionalmente si usavano metodi statici come l’impronta su carta o i test “del piede bagnato”, utili per un primo approccio — ma con limitazioni evidenti: valutano il piede a riposo, non durante la corsa.</p>
<p>Oggi, grazie a <strong>tecnologie avanzate e metodiche dinamiche</strong>, è possibile analizzare l’<strong>appoggio reale durante la corsa</strong>. Tra queste, spicca la proposta di <strong>Posturagram </strong>e dal <strong>Dott.</strong> <strong>Matteo Garbini</strong>: mediante <strong>solette sensorizzate</strong> inserite nella scarpa durante la corsa, si misura la <strong>distribuzione delle pressioni</strong>, la <strong>sequenza del passo </strong>e i <strong>tempi di contatto e spinta</strong>. Un’analisi di questo tipo consente di ottenere dati oggettivi, utili per:</p>
<ul>
<li>identificare e correggere disfunzioni biomeccaniche;</li>
<li>personalizzare la scelta della scarpa o l’uso di plantari;</li>
<li>impostare un programma tecnico e di allenamento mirato per migliorare l’efficienza e prevenire infortuni.</li>
</ul>
<p>Questa evoluzione, che permette una valutazione funzionale reale, rappresenta un salto di qualità fondamentale per ogni runner consapevole.</p>
<p><strong>In Training and Rehab</strong> si possono inoltre effettuare dei <strong>test di mobilità funzionale</strong> iniziale che aiutano a valutare se gli schemi motori per la corsa sono effettivamente corretti; a questo gruppo appartengono test di <strong>mobilità articolare</strong>, test che utilizzano <strong>sensori Kinvent</strong>, <strong>test biomeccanici</strong>. Permettono di capire come le articolazioni reagiscono alla corsa e di comprendere come migliorare la funzionalità stessa per raggiungere performance migliori.</p>
<h3><strong>Perché un’analisi professionale è fondamentale per un runner </strong></h3>
<p>Affidarsi a un’analisi corretta e professionale dell’appoggio ha vantaggi concreti:</p>
<ul>
<li>Si riducono le probabilità di sovraccarichi e infortuni a caviglia, ginocchio e colonna.</li>
<li>Si migliora l’efficienza della corsa: un appoggio bilanciato significa minore dispendio energetico e maggior resa.</li>
<li>Si definisce una base scientifica per la scelta di scarpe, plantari o programmazione tecnica.</li>
<li>In caso di disfunzioni, si può intervenire rapidamente con strategie personalizzate (esercizi, potenziamento, neuromobilità, interventi posturali).</li>
</ul>
<p>In contesti professionali come quello che assicuriamo, queste valutazioni fanno la differenza tra correre “per inerzia” e correre con consapevolezza ed efficienza.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Emanuel Giulian</em><br />
<em>Massofisioterapista e preparatore fisico atletico </em><br />
<em>Specializzato sulla prevenzione agli infortuni nello sport</em><br />
<em>Laurea in scienze motorie</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Mancanza di forza nell&#8217;anziano: la sarcopenia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Baldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Oct 2025 13:26:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La possibilità di non possedere un&#8217;adeguata forza muscolare può essere considerata una condizione rischiosa in tutte le fasce di età. Ma questa è una condizione che si aggrava in maniera proporzionale andando avanti con l&#8217;età e la mancanza di forza nell&#8217;anziano non permette più il regolare svolgimento di tutte le attività quotidiane come il fare le scale, l&#8217;andare a far la spesa o anche la semplice passeggiata. La mancanza di forza muscolare provoca debolezza, che, associata ad una condizione fisica non ottimale quale è quella di persone anziane, potrebbe risultare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La possibilità di non possedere un&#8217;adeguata forza muscolare può essere considerata una condizione rischiosa in tutte le fasce di età. Ma questa è una condizione che si aggrava in maniera proporzionale andando avanti con l&#8217;età e la <strong>mancanza di forza nell&#8217;anziano</strong> <strong>non permette</strong> più <strong>il regolare svolgimento di tutte le attività quotidiane</strong> come il fare le scale, l&#8217;andare a far la spesa o anche la semplice passeggiata.</p>
<p>La mancanza di forza muscolare provoca<strong> debolezza</strong>, che, associata ad una condizione fisica non ottimale quale è quella di persone anziane, potrebbe risultare particolarmente pericolosa.</p>
<p>Basti pensare a <strong>quante cadute provocano fratture</strong> che risultano essere invalidanti per queste persone, cadute che possono essere quantomeno attutite da una <strong>migliore condizione coordinativa e muscolare</strong>.</p>
<h2>Che cos&#8217;è la sarcopenia e come è collegata alla mancanza di forza nell&#8217;anziano</h2>
<p>Il rischio principale per un anziano riguarda quindi quella condizione dove si manifesta una <strong>progressiva perdita di massa muscolare con conseguente diminuzione della forza fisica;</strong> questa condizione viene definita con il termine <strong>sarcopenia</strong>. La sarcopenia si manifesta già a partire dai 50 anni e causa un progressivo indebolimento dell&#8217;organismo che può portare, nei casi più gravi, anche a disabilità o morte precoce.</p>
<p>Tenuto in considerazione l&#8217;aumento della vita media e il conseguente aumento della popolazione, questa condizione risulta avere sempre maggior importanza. L&#8217;<strong>attività fisica adattata</strong> e un&#8217;<strong>alimentazione controllata</strong> sono <strong>due fattori che aiutano</strong> notevolmente la persona quantomeno a ritardare gli effetti della sarcopenia.</p>
<p>Le <strong>cause principali</strong> della sarcopenia vengono ricondotte a <strong>tre teorie </strong>:</p>
<ul>
<li><strong>Teoria delle cellule satellite</strong>, sono piccole cellule, mononucleate, che sono situate sulle fibre muscolari e contribuiscono a mantenerne integra la funzione grazie alla loro attivazione nei momenti importanti come l&#8217;esercizio fisico o dopo una lesione. La teoria delle cellule satellite sostiene che l&#8217;invecchiamento è causa di sarcopenia perchè riduce la capacità di attivazione delle cellule satellite.</li>
<li><strong>Teoria della riduzione dei segnali anabolici</strong>: la crescita muscolare nell&#8217;uomo è correlata alla presenza interna all&#8217;organismo dell&#8217;ormone della crescita e del testosterone. Secondo questa teoria, la sarcopenia dipenderebbe da una riduzione a livello ematico della concentrazione di testosterone ed ormone della crescita.</li>
<li><strong>Teoria della proteine ossidate</strong>, con l&#8217;invecchiamento, il livello di proteine ossidate nel nostro corpo tende ad aumentare e questo comporta la formazione sempre più ingente e senza controllo di aggregati di lipofuscina e proteine reticolari, che in quantità oltre la norma, causano un cattivo funzionamento dei muscoli. In base a questa teoria sembrerebbe che la sarcopenia dipenda proprio dall&#8217;eccessivo accumulo nei muscoli della lipofuscina e delle proteine reticolari, un processo tipico dell&#8217;età avanzata.</li>
</ul>
<h3>Quali fattori favoriscono la sarcopenia?</h3>
<p>La sarcopenia è <strong>correlata all&#8217;invecchiamento</strong> quindi riguarda ogni uomo o donna, ma da numerosi studi scientifici emerge abbia un impatto <strong>maggiore nei sedentari e in chi ha un&#8217;alimentazione inadeguata per la salute muscolare</strong>.</p>
<p>Per quanto riguarda l&#8217;<strong>alimentazione</strong>, i <strong>fattori che favoriscono la sarcopenia</strong> sono</p>
<ul>
<li>il ridotto apporto proteico</li>
<li>l&#8217;eccessivo consumo di cibi che creano acidità</li>
<li>l&#8217;insufficiente apporto di frutta e verdura</li>
</ul>
<p>Secondo quanto affermato dall&#8217;IOF (Fondazione Internazionale di Osteoporosi) i<strong>l declino della muscolatura ha inizio intorno ai 40-50 anni</strong> con un ritmo blando per quanto riguarda la prima decade e diviene <strong>sempre più veloce a partire dai 60-70 anni</strong>. La velocità con la quale avanza la sarcopenia risulta essere del<strong> 3-8% di perdita muscolare ogni 10 anni</strong>.</p>
<p>Questa patologia ha delle <strong>conseguenze</strong>, che determinano:</p>
<ul>
<li><strong>atrofia muscolare</strong>, cioè la diminuzione del volume totale della muscolatura e delle fibre muscolari.</li>
<li><strong>peggioramento della quantità del tessuto muscolare</strong>, che ha come conseguenze la sostituzione del tessuto muscolare con quello adiposo, aumento del tessuto fibroso, il cambiamento del metabolismo causato da una diversa composizione corporea, aumento della fragilità muscolare, degenerazione della giunzione neuromuscolare e il maggior stress ossidativo a carico della cellula muscolare.</li>
</ul>
<p>I cambiamenti sopra descritti si manifestano con i seguenti <strong>sintomi</strong>;</p>
<ol>
<li>Costante senso di debolezza</li>
<li>Perdita di resistenza</li>
<li>Scarso equilibrio e tendenza alle cadute</li>
<li>Andatura rallentata</li>
<li>Problemi nello svolgere le attività della quotidianità</li>
</ol>
<p>La sarcopenia ha delle conseguenze nel lungo periodo, questo è di facile comprensione dal momento che è una patologia che può <strong>limitare di molto l&#8217;indipendenza di una persona, in maniera progressivamente maggiore</strong>; infatti se all&#8217;inizio può essere un ostacolo solo in determinate circostanze, andando avanti con l&#8217;età costituisce un ostacolo di molto superiore arrivando anche a rendere impossibili le attività che fino a qualche tempo prima risultavano semplici.</p>
<p>Nelle persone particolarmente sensibili, questa perdita di autonomia può sfociare in momenti di sconforto e umore basso.</p>
<p>Possiamo affermare che la sarcopenia introduce la persona in un circolo vizioso, dove è causa di sedentarietà per i problemi che comporta ma allo stesso tempo la sedentarietà è causa della sarcopenia.</p>
<h3>Come evitare la mancanza di forza nell&#8217;anziano e l&#8217;insorgenza della sarcopenia?</h3>
<p>Il miglior modo, al netto di interventi medici, per curare questa patologia è quella di <strong>ritardarne la comparsa</strong> o di <strong>rinforzare le strutture dell&#8217;organismo </strong>ed <strong>è possibile farlo tramite l&#8217;esercizio fisico costante</strong> e <strong>un&#8217;alimentazione sana ed equilibrata</strong>, entrambi adattati all&#8217;età avanzata.</p>
<p>Per quanto riguarda l&#8217;esercizio fisico è il miglior modo per utilizzare, mantenere o rinforzare la muscolatura. Per contrastare la sarcopenia <strong>l&#8217;esercizio fisico dovrebbe rispettare i seguenti criteri</strong>:</p>
<ul>
<li>comprendere <strong>allenamenti per la forza e per la resistenza muscolare</strong></li>
<li>effettuarsi <strong>almeno due volte a settimana</strong></li>
<li>coinvolgere <strong>i più grandi distretti muscolari</strong> (petto, dorso, spalle, addome gambe e glutei)</li>
</ul>
<p>È fondamentale approcciarsi a questo tipo di attività dopo aver avuto un <strong>consulto con il proprio medico</strong>, dove spesso sarà proprio il medico di base a consigliare l&#8217;allenamento come una terapia.</p>
<p>Successivamente sarà compito della persona andare a ricercare un<strong> istruttore qualificato e adatto alle sue esigenze</strong>. L&#8217;esercizio migliore per la cura e prevenzione della sarcopenia è sicuramente quello fatto contro resistenze (pesi, elastici, macchinari ecc).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Alessandro Magnoni</em><br />
<em>Chinesiologo, Personal Trainer e Preparatore Atletico </em><br />
<em>specializzato in Performance, certificato in Fitness Posturale (Certificazione Invictus) </em><br />
<em>e nel fitness al femminile</em></p>
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