Fatica mentale e fisica, quale comanda?
Quando ci alleniamo o gareggiamo, arriva un momento nel quale sentiamo di non farcela più. Ma sono i muscoli a dircelo o la fatica mentale ci fa gettare la spugna? Scopriamolo!
Andare oltre i propri limiti fa parte dell’essere sportivo. Se abbandonassimo al primo segno di cedimento, difficilmente arriveremmo ad ottenere l’agognato obiettivo sportivo. Tuttavia, capita a volte di sentire le energie che ci abbandonano: secondo te, arriva prima la fatica mentale o quella fisica? E soprattutto, qual è la più “pericolosa”? Quella che ci fa deporre le armi?
Potere dei muscoli VS Potere della mente
Il titolo di questo paragrafo è un po’ provocatorio. Ovvio infatti che mente e corpo debbano lavorare insieme per permetterci di migliorare costantemente le nostre performance. Non per nulla, ripercorrendo la teoria dell’iceberg, abbiamo parlato sia di preparazione fisica, atletica e tattica che di focus.
Il punto però, è che per capire come resistere e fare quell’ultimo metro in più quando ci sentiamo davvero a pezzi, dobbiamo capire chi dia il definitivo segnale di resa: è la fatica mentale o quella fisica a farsi sentire così forte da pretendere di essere ascoltata?
Opinione comune per molti anni, ed anche ora non del tutto superata, è che siano i nostri muscoli a dirci basta: quando la stanchezza accumulata è troppa per essere sopportata, inviano un segnale di stop al nostro cervello. Fine della corsa.
Ed è anche plausibile che sia così giusto? Sono i muscoli che spingono in continuazione la nostra attività fisica, anche quello cardiaco.
La prima impressione però non è sempre quella corretta. Studi scientifici – Samuele Marcora, tanto per citare uno dei più esimi studiosi della materia, ha ribadito il concetto anche ieri durante il suo speech nell’ambito dell’evento organizzato da Corpore Sapiens – dimostrano che in realtà sia la fatica mentale a comandare quella fisica.
È il cervello che comanda gli sforzi nel corso della prestazione atletica, sia di lunga che di breve durata; e quindi quando mentalmente non ce la facciamo più, se anche abbiamo una riserva di carburante nei nostri muscoli, ci spegniamo.
Prova a ripescare nella tua mente alcuni momenti, per avere subito una conferma a questi risultati scientifici.
Io ti faccio alcuni esempi.
Capita a volte che gli atleti chiedano ancora prima di iniziare al loro coach quanto durerà un determinato lavoro: vogliono essere consapevoli del tempo che dovrà trascorrere e questo farà sì che più il tempo passa, più si sentiranno stanchi, a prescindere.
Se invece non hanno un riferimento temporale, molto spesso riescono a dare di più.
La prestazione cambia anche nel momento in cui inserisci nell’equazione la variabile competizione: gli stessi 100 metri, 99 volte su 100 vengono corsi più velocemente da un atleta in gara con altri, rispetto ad uno che si sta allenando da solo.
In entrambi questi semplicissimi esempi, è la mente a comandare.
Come allenare la mente
Se allora è la fatica mentale quella più complicata da sopportare, come possiamo allenarla per riuscire a dare di più?
Ci sono molti strumenti a nostra disposizione, te ne cito tre:
- l’auto-dialogo motivazionale;
- l’imagining ed il “if then planning”;
- il goal setting.
L’auto-dialogo motivazionale ci aiuta a ridurre il senso di fatica, la percezione dello sforzo e a migliorare le prestazioni di resistenza.
Non c’è una regola ben precisa: ci sono atleti che danno il meglio di sé con un auto-dialogo critico, punitivo e giudicante, mentre altri hanno bisogno di rinforzi positivi.
Il consiglio è, se possibile, quello di lavorare sempre su emozioni positive.
Non mi spingo oltre, perché questo è un ambito indagato dalla psicologia ed è dunque bene che, se vuoi approfondire, tu ti rivolga a psicologi dello sport, mental coach, che potranno sicuramente guidarti ed aiutarti.
L’imagining ed il “if then planning” sono due tecniche – ed anche in questo caso te le accennerò solamente, senza scendere nello specifico perché fuori dal mio core business professionale – che aiutano ad immaginare i gesti da compiere, migliorandone la tecnica personale, e le soluzioni che si applicherebbero se un determinato evento dovesse accadere.
Il goal setting per controllare la fatica mentale
Qualche parola in più invece voglio spenderla sul goal setting: inserire degli obiettivi intermedi che ci accompagnino all’ottenimento del traguardo finale.
Come devono essere questi obiettivi intermedi?
- Specifici, per permettere la valutazione della performance rispetto allo standard;
- sfidanti, perché quanto più qualcosa è difficile, tanto più ci impegniamo per raggiungerlo;
- raggiungibili, per evitare di farci sentire falliti se non riusciamo ad ottenerli;
- temporalizzati, perché il senso di urgenza è una leva fondamentale che muove l’essere umano.
Ora che hai un po’ di tempo a disposizione, perché non provi a stilare una lista di obiettivi intermedi da raggiungere in questo periodo di reclusione forzata?
Sicuramente sarà un ottimo aiuto per mantenere alta la concentrazione ed il focus!

